Le chiavi.
6 luglio 2011
Parlavi sempre delle vesciche del nostro rapporto, c’era sempre questo ridicolo girarci attorno, questo voler dare poesia a un litigio, a un confronto mancato, a una cena fredda dopo avermi aspettato per ore seduto a tavola. Le chiamavi ustioni, li chiamavi lividi, li chiamavi morsi; io li chiamavo ritardi, li chiamavo difetti, lo chiamavo distacco.
Quella domanda che non ti stancavi mai di rivolgermi mentre me ne stavo alla finestra, la sigaretta tra i denti e una mezza voglia di annebbiarmi la mente bevendo qualcosa di pesante perché niente di te era più in grado di spossarmi – e ancora mi parlavi di ustioni, io ti davo le spalle deprimendomi al pensiero di tutte quelle metafore sprecate. Non c’era niente di te che mi riportasse a qualcosa di concreto, non avevi nemmeno un orologio. Dio, non indossavi un orologio. Avrei voluto sentirti dire che erano le sette e mezza e invece per te era sempre l’ora di cena, l’ora di alzarsi, l’ora di andare, l’ora di restare, l’ora di fare l’amore, l’ora di parlarne.
Quando parlammo la prima volta ricordo che rimasi attratta da quel tuo discorso che mi sembrò un vomitarmi addosso sinonimi e contrari di ogni cosa, solo adesso ripensandoci mi rendo conto che era farcito di condizionali e ipotesi quasi scadute. Eppure riuscisti a non farmi pena. Mi piacesti, anzi, mi facesti ridere e quando dicesti che era l’ora di rientrare la parte razionale di me finse di non sentire quel prurito al polso, quell’istinto di guardare l’orologio per sapere quale dannata ora fosse.
Forse avrei dovuto sentirmi in colpa, mentre col passare dei mesi realizzavo che tutte le tue emozioni mi annoiavano. Quella domanda che non ti stancavi mai di rivolgermi mentre dando un’occhiata al cielo ne commentavo il grigiore, e tu puntualmente sorridevi replicando che era un cielo amareggiato. Io sorseggiavo il mio caffè nero, senza guardarti, ripetendo freddamente che era grigio.
E proprio durante il primo freddo, stesi sul divano con addosso una coperta tua che da quando avevi preso a chiamarla “nostra” aveva smesso di piacermi, avevi cominciato a parlarmi di passato. Momenti sereni che sgombrano interi pomeriggi mentre l’uno sveste lentamente i ricordi dell’altra, sarebbero dovute essere emozioni forti ma sembravano solo racconti della buonanotte, erano episodi, erano puntate, erano anziani animali da compagnia. Mi piacevano le tue mani addosso e mi piaceva dormire insieme, ma proprio come il tuo passato si trattava di brevi episodi, così nel giro di poco mi ritrovavo ad alzarmi e a lasciarti solo sul divano per tornare al mio confortante letto freddo, alla mia consuetudinaria solitudine.
L’aria fredda e i miei capelli sempre sciolti, in quel periodo, come al voler mutamente impedirti di lasciarmi lunghi baci dietro al collo, di quelli che riuscivano a bastarmi all’inizio, quando ancora non eri un libro imparato a memoria. E quella domanda che non ti stancavi mai di rivolgermi mentre me ne stavo alla finestra, intorno a me il fumo preso a pugnalate dalla pioggia; “Vengo con te?”, sapendo che sarei uscita, sapendo che me ne sarei andata a bere qualcosa da qualche parte in qualche modo in qualche letto con qualche uomo, ma tu me lo chiedevi comunque se ti volevo con me, perché quando pioveva avevi questo timore di non vedermi tornare. Io aspiravo un’ultima volta, senza guardarti. Poi ti rispondevo di no e andavo a cercare le chiavi.
Complimenti, davvero un bellissimo Post!
Sai davvero scrivere bene!
Anche io ogni tanto ci provo, a scvrivere.. Spero mi riesca bene qanto riesce a te!!!
I brividi. Davvero i brividi che danno le tue parole e la vividezza delle immagini: il fumo, il grigio, la pioggia. C’è qualcosa di bellissimo e struggente – e bellissimo proprio perché struggente, perché fermo, deciso, forte. La stessa forza, gli stessi brividi, la stessa vita, anche, gli ho trovati anche in “Pioggia Maggiore”, forse sei tu, forse sono le tue parole.
Complimenti e grazie, per questi brividi.