Codalunga

3 luglio 2015

La prima volta che ricevo un “Non è in casa” rimango a fissare il messaggio dieci minuti fino a farmi lacrimare gli occhi, fino a far diventare le lettere sfocate e inoffensive. Non è in casa.
Decido di vestirmi al buio e uscire senza chiudere a chiave, poi decido di andare a piedi nella speranza di metterci talmente tanto da trovare entrambi una volta arrivato e non solo Camilla, con l’ansia negli occhi, attaccata alla porta. Ci metto circa trentacinque minuti e quando citofono lei chiede “sei tu?” e io rispondo “no”, allarmato, perché io non sono il suo tu, il suo tu non è in casa, io per lei ho un nome proprio e sono il tu di un’altra. Camilla non risponde, apre, io salgo le scale e quando arrivo al quinto piano ho i polmoni roventi. La porta è socchiusa, entrando l’odore è quello di sempre, quell’odore delle case in cui si accende l’incenso come si accende la luce prima di entrare in una stanza. È una giornata grigia e l’intero appartamento è immerso nella penombra; improvvisamente mi sembra di aver invaso un ambiente estremamente privato dove la mia presenza non è mai stata voluta né richiesta. Quasi mi viene da indietreggiare e andarmene senza dire una parola.
“Sei venuto a piedi?” dalla cucina arriva la voce di Camilla un po’ alla volta come il profumo di una torta, in quel modo sano e naturale che semplifica un pasto. Non mi sento ancora pronto a sentirmi meglio, così affondo sul divano portandomi entrambe le mani sugli occhi e lasciandomi sfiancare dalla tensione con gratitudine. Poi rispondo “sì” in un sospiro, sentendola entrare nella stanza.
“Perché?”
“Volevo arrivare tardi.”
“Perché?”
“Non lo so, Camilla. Perché, secondo te.”
Tolgo le mani dagli occhi e la guardo immersa nel grigio, gli sprazzi di luce e le macchie d’ombra sparse sul suo corpo la rendono bizzarramente simile a un pianeta ricoperto di crateri. Sento l’urgenza di dirglielo, è quel genere di osservazioni che la farebbero ridere; poi mi ricordo di non volerla fare ridere, di starmi impegnando a preservare questa tensione, a curarla e a farla crescere fino a renderla talmente ingombrante da obbligare lei a fare per prima un passo indietro e a dirmi che è stato un errore. È tutta una questione di rigore. Non posso sbagliare nemmeno uno sguardo.
“Bastava dirmi che non era il caso. O potevi non rispondermi, si può anche non rispondere. Non è molto educato ma si può anche non rispondere.” Sembra sempre che Camilla stia spiegando qualcosa anche quando la situazione non lo richiede, spiega il suo orgoglio offeso, spiega la sua rabbia, spiega il suo amore, spiega la sua tensione. La guardo e vedo sparse sul suo viso un elenco puntato di risposte ordinate ad accuse nervose che non voglio rivolgerle, come “non ti senti una merda?”, “come fai a respirare in questa casa che puzza di curry e litigi non violenti”, “accendi una qualsiasi luce o giuro che mi taglio le vene“.
Le chiedo di accendere una qualsiasi luce o giuro che mi taglio le vene. Accende quella del salotto, sto già meglio, se ne accorge, è sollevata, cerca di sdrammatizzare, non glielo permetto. Voglio che si accorga che è tutto molto grave. Voglio darle una dimensione di quanto stia sbagliando, e di quanto io sia superiore a lei in tutta questa storia. Siamo qui anche per colpa mia, ma se m’impegno abbastanza riuscirà a dimenticarsene entro i prossimi dieci minuti. Di nuovo, è tutta una questione di rigore.

***

Dal niente la sto scopando.
Non so come si scopi Vittorio, ma sembra stia godendo esattamente nel modo che si era aspettata. L’ho sempre vista felice con Vito, si guardano come si guardano quelli che non si guardano attorno. Vito l’accarezza spesso, hanno l’aria di conoscersi le pelli e il modo in cui si flette ogni rispettivo muscolo. Non so che cosa le sto dando, se è qualcosa che le mancava, se è qualcosa di cui non sentiva la mancanza ma che voleva sperimentare comunque. Mi vuole senza perdere il controllo, sembra camminare per territori di cui conosce la geografia precisa, con confini che saprebbe indicare su una cartina. Viene come l’ho sempre immaginata venire. Mi chiama per nome e io vorrei chiederle come si permette, come le viene in mente, come fa, da quanto tempo se lo teneva chiuso in bocca, perché lo deve pronunciare così, io giuro non voglio che nessuno mi chiami mai più. E intanto lei è già abituata a me, dopo venti minuti, al mio corpo e alla mia vergogna.
Sulla tenda c’è un ragno accovacciato; neanche lui riesce a muoversi.

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Legna

25 marzo 2014

“Quindi vieni?”
Gli altri stanno già raggiungendo le due macchine parcheggiate in fondo alla strada, io penso a cosa rispondere mentre mi guardo intorno come se fosse di vitale importanza memorizzare la distanza media tra un palo della luce e l’altro. “Dove?” Bacci si accende una sigaretta e non ho idea del perché, ma mi scivola addosso di colpo una cappa di depressione con la pesantezza di un cappotto bagnato. “Corto. Poi forse Planetarium, vediamo come tira. Ci sei?”
Qualche anno fa non ci saremmo mai finiti al Corto, uno di quei posti in cui balli col culo sudato di qualcuno addosso, poi ti giri e capisci che è il fratello dell’ex compagna di liceo diventato eroinomane e cominci a farti domande che uno alle quattro del mattino non dovrebbe farsi, del tipo perché ogni volta che vengo qui qualcuno che conosco è diventato eroinomane. Alla fine abbiamo smesso di andarci per qualche altro motivo che non ricordo e ultimamente abbiamo ripreso ad andarci per altri motivi ancora che non ricordo, o che ho selettivamente dimenticato in un rincoglionito slancio di autoconservazione. “Che posto del cazzo il Corto.”
Bacci è abituato a me, infatti nemmeno mi guarda mentre tira fuori il cellulare e sblocca lo schermo “Free drinks da quando ci lavora Tosa, fai te” poi solleva lo sguardo e scandisce le parole come se fossi un ritardato mentale, “Vieni-o-no-cazzo“, con quell’esasperazione divertita che sembra sfuggirgli tra i denti assieme al fumo. Rido anch’io per prendere tempo, perché muoio dalla voglia di andarmene ma non so dirlo, voglio solo entrare in casa buttarmi sul letto stringermi il cazzo nel pugno senza sforzarmi di capirci più niente e addormentarmi coi muscoli del braccio ancora pulsanti. Domani svegliarmi alle undici già stanco. “Mi sa di no” Bacci l’aveva già capito dieci minuti fa e infatti non fa una piega, dà gli ultimi due tiri alla sigaretta senza dire niente poi mentre infila il cellulare in tasca ricomincia a ridere scuotendo la testa, come se si fosse ricordato di colpo di un aneddoto molto comico “Te hai bisogno di scopare”
“Assolutamente” mi esce fuori una risposta immediata in un tono quasi professionale e lui ride ancora perché penso sia una delle cose che preferisce di me, questo mio sembrare sempre distrattamente in pace col momento di merda di turno, che sia una multa o un esame andato male o il quarto mese consecutivo senza figa. “E allora vieni al Corto, coglione” lo dice questa volta con un’esasperazione aperta, un po’ perché gli sto effettivamente facendo perdere tempo e un po’ perché non ha mai granché tempo in generale per i discorsi protratti troppo a lungo.
Mi viene in mente di punto in bianco la sera di quasi cinque mesi fa, Laura che mi lascia, io che lo realizzo solo alle due del mattino davanti alla sesta birra, Bacci che si volta a guardarmi negli occhi con quel senso di profonda inadeguatezza di chi non ha mai consolato e deve improvvisare. Mi chiede se sto bene, gli rispondo abbastanza, mi chiede se veramente, gli rispondo no.
Quella sera glielo avevo letto in faccia che non poteva farcela a darmi una mano a stare meglio, che non ce l’aveva fatta mai fino a quel momento e forse non ce l’avrebbe fatta mai dopo, quindi mi ero sbrigato a sbronzarmi per rendergli più facile la cosa, perché spesso essere consolati non viene bene come lo senti in una canzone o come lo vedi in un film. A volte gli amici non ti consolano e non c’è molto da fare.
“No, vado a casa, sono stanco” lo dico con leggerezza e ci infilo quel tono convinto che di solito lo tranquillizza e lo giustifica a smetterla di insistere, sapendo che può andarsene con l’anima in pace perché in fin dei conti lui ci ha provato e insomma cazzi miei.
Secondo Laura non ho mai avuto dimestichezza con quel distacco maschile congenito che tende a rendere un uomo emozionalmente più stabile di una donna. Me l’ha detto quasi cinque mesi fa e in quel momento non le ho chiesto se intendeva dire che si sentiva più uomo di me a lasciarmi senza fare una piega, o se era solo un risentimento che si portava dietro da chissà quanto e quella le era semplicemente parsa una situazione abbastanza definitiva per esternarlo. Probabilmente entrambe le cose e probabilmente aveva ragione, ma io comunque affanculo ce l’ho mandata lo stesso.
“Ci sentiamo in settimana per la partita” Bacci se ne sta già andando, mi fa segno con una mano che ci sentiremo per telefono, io annuisco e faccio uguale.
Mi sento solo. Mi sento solo. Mi sento solo. Mi sento solo. Mi sento solo.
“Ok. Bella”

Livelli

4 settembre 2012

“Secondo me non siamo felici.”
Ad Anna viene un colpo ma lo maschera bene sbattendo velocemente le ciglia e facendo di quelle smorfie sue, irritanti, odiose, morte, devastazione, baciamoci, adesso, lasciamoci, adesso, che un paio d’anni fa mi avrebbero fatto sorridere mentre ora mi riducono così, un fascio di nervi indecisi che non capiscono come e quando devono tendersi.
“Dipende.”
“Dipende da cosa?”
“Dipende.”

A casa dei miei Anna ci è sempre venuta volentieri, le piace mia madre, le piace moltissimo mio padre, le piace da morire lasciarmi in silenzio a fissare la carne mentre annuncia ad entrambi che stiamo pensando di cambiare casa. Perché questa casa è piccola. Perché questa casa è buia. Perché questa casa è deprimente.
Questa casa è la casa che scelsi io per me otto anni fa, prima ancora di sapere che lei esisteva, respirava, mangiava, viveva, faceva le sue cazzo di smorfie davanti alla tristezza e alla carne al sangue. In questa casa le dissi di venire a stare da me e in questa casa lei mi disse, sorridendo, di sì.
“Quando pensate di trasferirvi?”
“Beh, dipende.”
La carne è fredda, ho il vomito in gola, com’è la carne Stefano?, ho un “dipende” che mi sta ribollendo sulla punta della lingua ma alla fine le rispondo che è buona, come sempre, mamma.

“Di che cazzo stavi parlando prima?”
Spesso mi chiedo quand’è che ho iniziato a rivolgermi a lei con questo tono nervoso, irritato, ferito, come se la mia voce si fosse accorta prima di me che qualcosa non torna, che prendersi per mano non è più un granché, che ammazzarsi di buona volontà è diventato un secondo pesantissimo lavoro.
“Questa casa non mi piace, lo sai, te l’ho sempre detto.”
“Piace a me.”
“Ma siamo in due, qui.”
“Beh, dipende.”
Anna sorride per metà, il che significa che ha incassato il colpo anche se poi continua a scrivere la sua mail senza più prestarmi attenzione, con i suoi capelli non più tanto corti legati strani e la gola scoperta, col freddo che fa (hai freddo? Sì. Adesso? No. Come in ogni letto condiviso, un abbraccio scalda sempre a sufficienza).
“Hai freddo?”
“No.”

Sono le quattro del mattino e sto piangendo a letto, Anna è sveglia, lo so perché quando è sveglia non fa nessun rumore, non muove un muscolo, rimane immobile a pensare ai fatti suoi che in fondo sono fermi e immobili come lei, e come lei non sanno mai niente per certo, come lei non si guardano intorno.
La parte peggiore è conoscere a memoria i motivi per cui non va bene niente, e non farci niente. Non pensare a niente.
Il mese scorso concerto, amici di conoscenti; a lei piaceva il bassista, si vedeva, a me piaceva la tipa del cantante, si vedeva anche quello. Ci giravamo a guardarci per dirci cose a caso riguardo la luce, gli amici, gli sconosciuti, e intanto c’era quel fissarsi mai troppo a lungo per non ammazzarci di una gelosia di cui non ci frega niente e che nemmeno ci appartiene quasi più, in fondo, per non leggerci a vicenda negli occhi che andrà così, alla fine, andrà male come vanno male un sacco di cose e le persone non si lamentano nemmeno più. Non ci provano nemmeno più.
Non è il fatto che andranno male, è l’idea di starle facendo andare a male noi.
E alla fine è tutto un presentarsi, un dire “lei è la mia ragazza” e poi pensare beh, dipende.
Dipende.

Riguardati

10 marzo 2012

Ce n’erano state altre dopo di lei, c’erano stati capelli biondi c’erano state trecce c’erano stati occhiali c’erano stati occhi neri, c’erano stati corvi più rumorosi delle stagioni assonnate che non avevano fatto rumore dandosi il cambio, mentre tutto quanto si dava il cambio.
C’era sempre quel modo buffo di finire le storie, sembrava che le persone lo lasciassero perdere non per colpa sua, sembrava che fosse semplicemente arrivata l’ora di trovarsi qualcun altro, un’altra casa con altri vinili e altri giochi da tavolo e altri quadri che fanno tristezza ma li teniamo perché piacciono alla nonna, un altro cane un po’ ammalato. Lei, per esempio, se n’era andata dalla sua vita con la semplicità di un anziano che muore, aveva detto che se ne sarebbe andata, l’aveva detto come fosse la cosa più naturale al mondo e infatti così era stato. Erano seduti in un parco vicino a casa, era autunno, era giorno ed era bello, lei lo aveva osservato in silenzio mentre si ripuliva malamente il ginocchio sanguinante, era caduto rincorrendola per gioco in mezzo alle foglie gialle. L’aveva rincorsa perché lei gli aveva detto che non lo amava e allora entrambi avevano riso lui le era corso dietro stava per cingerle la vita ma all’ultimo era caduto. E mentre spazzava via quel sangue come il più insignificante dei dolori, un po’ per impressionarla e un po’ perché sentiva che stava per arrivarne uno bello grosso, lei glielo aveva ripetuto che non lo amava proprio, che erano troppo piccoli per queste cose, e man mano che parlava le foglie gialle sotto di loro diventavano rosse. Così si era alzata e si era alzato anche lui, per riflesso, sentendosi uno stupido con quei suoi avanzi di sangue giù fino ai calzini bianchi, facendo arrossire anche loro. “Riguardati”, gli aveva detto; lui era troppo piccolo per capire che cosa intendesse, lo erano tutti e due ma ognuno ha i propri momenti in cui si sente ancora più piccolo del solito, e sono momenti che uno si prende quando vuole; così aveva chinato il capo per guardarsi, si era vergognato di se stesso per tutto quello sporco, aveva sentito le lacrime bruciare più di tutte quelle parole, aveva rialzato lo sguardo per cercare conforto ma lei era già dall’altra parte del vialetto.
Non l’aveva rivista mai più, ma proprio mai più, o forse sì ma la mente di un bambino è una scatola costantemente agitata e chi lo sa quali ricordi si scelgono di scuotere fino a quando non si confondono con qualcos’altro, fino a quando un volto che fa piangere diventa un volto come un altro, e così anche una voce o una frase.
Le stagioni si susseguivano come canzoni preferite ed era arrivata un’altra lei, gli aveva insegnato a baciare più lentamente, gli aveva mostrato un altro parco dove rincorrersi, aveva guidato le sue mani su un corpo insicuro almeno quanto il suo, gli aveva sorriso per settimane, mesi, fino a quando un giorno semplicemente aveva smesso e allora aveva smesso anche lui, un po’ con tutto. E così era successo tante altre volte, finiva sempre per riguardarsi senza capire bene cosa fosse accaduto, come ci si potesse stancare di una mano fresca e un unico respiro mozzato dopo una corsa.
Le stagioni ritornavano come la febbre e trovavano altre lei, trovavano lui con lo sguardo vacuo di chi ha fissato il sole troppo a lungo, e con loro altre passeggiate, altri letti, altre case, altri parchi, altre angosce, altri motivi sempre più sfuocati per mandare a monte tutto quello che si era costruito.
Spesso tornando a casa, di notte, metteva le mani in tasca per smetterla di immaginare che qualcuno gliele stesse ancora stringendo.

Federe

28 ottobre 2011

Il ponte grigio, quei posti in cui lasci avvinghiati ricordi per forza, come un parco o una piazza o una spiaggia. Il ponte grigio e i capelli in faccia, il vento contro come un’enorme conchiglia mentre ti vomita addosso tutto l’ululato del suo mare, le ossa di lana, raggomitolate a caso sotto la pelle.
Il capannone di libri, la stazione sempre piena, questo inverno che torna a casa tutto rattoppato dopo tutti questi mesi e non riesce a farsi piacere, e allora nemmeno si preoccupa di salutare, irrigidendosi in silenzio.
Mi chiedono di te e mi riesce male spiegare dove sei cosa fai e con chi, mi chiedono di me ed è un po’ la stessa storia, vedi, a volte non desidero nulla di buono o di male, ho un paio di spalle indifferenti che si prendono carico del momento di turno e non mi fanno mai troppe domande. Ecco, solo, cerca di, se riesci, lasciami di schiena che non è bello guardare in faccia una che non piange mai, o prendimi di petto quando sono sobria, non dimenticarmi, per favore, che non abbiamo finito.
C’è qualche altro posto grigio che non abbiamo ancora visto, credo, tu non dimenticarmi, per favore, che domani ti passo a prendere, andiamo a fare un giro fino ad arrivare in Piazza per rimanere un momento lì, con quella geometria chiarissima negli occhi.

Quassia

22 settembre 2011

Quindi alla fine mi sono detto, dai, glielo riporto domani.
Uscendo dall’ufficio non ho salutato nessuno, nessuno ha salutato me, c’è stato un delizioso scambio di silenzio accompagnato da un sottinteso augurio di buon weekend, o forse no, probabilmente no, sicuramente chissenefrega.
Forse ho cominciato in modo strano. Glielo riporto cosa? Domani? Domani è troppo in là, dovrei farlo adesso, ma sono stanco, ho lavorato undici ore e stanotte non ho dormito, inoltre dov’è che vive? Diosanto, è lontanissima dal centro, è una via che nemmeno conosco, sarà un inferno trovarla. Dai, glielo riporto domani. Cosa cazzo le cambia, sono le dieci di sera, andrà a dormire un po’ preoccupata ma tanto domattina in ufficio rintraccerò il suo numero, la chiamerò e molto eroicamente le cambierò la giornata da così a così.
Oggi ha piovuto tutto il giorno, piove anche adesso, è buio pesto, è buio pesto già dalle quattro del pomeriggio, il buio è di quelle cose che infilerei ovunque, sta bene con tutto, sta bene con il sonno sta bene con il sesso sta bene con la morte, sta bene con la pioggia sta bene con il freddo sta bene con me, principalmente, stiamo bene, insieme.
Tekla Kaffka.
Ma che nome è.
Sembra una presa in giro, va a finire che è un nome falso, è una spacciatrice ungherese e io mi sto pure scervellando per come dove quando ridarle il suo cazzo di portafoglio. Vuoto. Quasi.
Emilia era la donna della mia vita, me lo diceva lei me lo diceva mio padre me lo diceva mia madre me lo dicevano tutti, tutti, mancavo solo io lì a ripetermelo con quella convinzione da pacca sulla spalla, da ehi sei un uomo fortunato, da tienitela stretta, da trattamela bene, da siete la coppia perfetta. Il punto è che Emilia io non me la sono mai scelta, mi è capitata tra capo e collo quella sera durante il compleanno di mia sorella e da quel momento mi è sembrato che fosse semplicemente ovvio che ci saremmo rivisti, cazzo ci piacevano le stesse cose frequentavamo la stessa università me la sono ritrovata ovunque per le successive settimane, non potevamo non finire insieme, era matematico, lo sapevamo, soprattutto lei, lei lo sapeva ancora più di me, di me che in otto anni non ci ho mai capito un cazzo della nostra relazione, di quella convinzione da pacca sulla spalla e di quella coppia perfetta che secondo me non siamo mai stati.
Mi viene da pensare a Emilia perché questa Tekla Kaffka ha i capelli del suo stesso colore, o quantomeno simili, un po’ rossicci, forse più scuri ma comunque simili. E allora mi viene da pensare che magari questa donna ce l’ha un uomo che quei capelli li adora o magari invece ormai lui si è stancato di lei si è stancato della sua tinta si è stancato che lei perda sempre ogni cosa, diocristo, Tekla, ancora! O forse no, forse sbaglio tutto, forse abita da sola in una casa piccola con un gatto bianco, forse è lei che ha lasciato lui, l’ha lasciato e basta, non ha la faccia di una che dà troppe spiegazioni. Io ho la faccia di uno che dà spiegazioni? Emilia l’ho lasciata come si lascia la fidanzatina del liceo, quella che ti vuoi scopare e basta, quella che appena apre bocca già pensi a come togliertela di mezzo. Emilia l’ho lasciata malissimo e lei ha pianto così tanto da darmi sui nervi, alla fine si è anche scusata perché sa che quando uno piange io poi non so più che cazzo fare, cioè, si è scusata. Poi sono uscito. E poi lei ha ripreso, ha ripreso a piangere e a scusarsi, anche se non c’ero più.
Mi ha chiamato stamattina in ufficio, voleva sapere come stavo, la voce caramellata unta di pianto mattutino, col naso un po’ chiuso, le ho detto che stavo bene, ho trovato una scusa per rinviare la chiacchierata, otto anni, otto anni e io la ringrazio così, lei tutta gentile si è scusata, tanto per cambiare, e io mi sono detto che è per questo che non l’ho mai amata, lei era stata mia sin dall’inizio, non ho mai dovuto fare niente, non è diventata mia, lo era e basta, perché lei lo aveva deciso.
Non c’è niente in casa, riscaldo una pizza, accendo la tv, la spengo, la riaccendo giusto per sentire qualche voce, butto lo sguardo sul tavolo e sul portafoglio, lo apro per l’ennesima volta. Dentro la sua carta d’identità, una fototessera in cui non sorride, un ritaglio di un articolo di giornale sull’aumento degli incidenti stradali a causa dell’alcol, qualche moneta, nient’altro.
Passa un’ambulanza, danno un film con Cary Grant, non ricordo il titolo, non so il titolo, non so nemmeno se sia davvero Cary Grant, ma io cosa ne so di attori, poi.
Stappo una birra, sorseggio, senza rendermene conto ho ancora la giacca addosso. Fuori continua a piovere ma non poi così tanto, e poi c’è quell’ambulanza che è un po’ un peso, sta ferma qui sotto, mi angoscia.
La birra non la finisco, ho le chiavi sottomano e l’ambulanza si sta finalmente allontanando.
Quindi alla fine mi dico che dai, glielo riporto adesso.

L’ufficio è un posto deprimente perché dentro ci sei tu, a deprimerti, per quanto un bicchiere possa essere bello se dentro c’è del piscio non ti verrà mai voglia di berci. È un discorso applicabile a tantissimi altri luoghi, persone, occasioni, alla fine il nocciolo della questione è che qualsiasi cosa tu faccia, ovunque tu la faccia e con chiunque tu la faccia, se hai la merda attaccata al palato nessuno verrà lì a ripulirtela.
Ieri sera c’è stata la cena dei colleghi e sarebbe stata meravigliosa se solo non fosse stata piena di colleghi; in conclusione, è stata uno schifo. La verità è che collaboro con persone mediocri in una maniera squallida, il che rende le persone stesse ancora più mediocri e rende me sempre meno tollerante alle persone in generale. Così, tra il quinto e il sesto brindisi ho pensato a mio padre, che faceva il doppiatore e mi chiamava “figliolo” ed era portatore sano di tutta una serie di cliché del mestiere di cui io ero perdutamente innamorato, perché erano parole imbottite e suonavano sempre nuove e nella mia testa non c’era niente di più gratificante nella vita che dare quella sfumatura meravigliosa a ogni cosa che raccontava. Doppiava me e mio fratello, a tavola, ci faceva boccheggiare e lui parlava al posto nostro modulando il tono di voce, inscenando battibecchi, facendo morir dal ridere mia sorella. E dicevo, appunto, che mi torna in mente mio padre perché mi parlava sempre della felicità, della bellezza delle cose, delle scommesse e delle avventure, e io pendevo dalle sue labbra, mentre mia madre in cucina lavava i piatti e lasciava che quelle battute rubate a film consumati mi coccolassero ancora per qualche anno, fino a quando non l’avessi capito da me. Fino a quando non li avessi ritrovati tutti, quei discorsi, in bocca a uno sceriffo o a un cowboy, a un prete, a uno scrittore, a un padre di famiglia, dietro a uno schermo con la sua voce che usciva da bocche in bianco e nero.
Seduto a un tavolo strabordante di barzellette, aneddoti e statistiche, con il quarto bicchiere di vino a raschiarmi il palato perché lui ci ha provato, poverino, a togliermi via quel saporaccio, seduto lì in silenzio ho ripensato al funerale di mio padre e al mio breve discorso, quello talmente breve che ancora non l’ho nemmeno pensato, a ciò che avrei detto e non detto, a tutti quei sorsi di amarezza omessi nel corso degli anni. Ci penso anche adesso al breve discorso che ancora non ho scritto, al giorno di permesso che non mi sono preso e all’orario della cerimonia, domattina alle nove, penso all’abbraccio di Carlotta e al suo pianto sul mio maglione, penso al bacio di stamattina che sapeva di tristezza e consolazione, alla foto di mio padre timidamente riapparsa all’ingresso, senza alcun mio commento al seguito. E l’unica cosa che riesco davvero a focalizzare è questo ufficio con questo suo grigio protettore, neutro, questi miei fascicoli e questi licenziamenti, perché alla fine, molto brutalmente, ognuno ha bisogno di demolire qualcos’altro per evitare di demolire se stesso.
C’era silenzio fino a un attimo fa e ora bussano, mi tocca inspirare, far entrare Silvia e realizzare per l’ennesima volta che ho voglia di andarci a letto, e non è nulla di travolgente, è un’idea stanca come quando entri in macchina e ti viene in mente che devi fare il pieno, mi sento sporco dentro perché non c’è nemmeno passione nella mia fantasia, mi sento stanco e sporco, assente alla mia stessa lezione. Penso a Carlotta e non esce fuori quel mosaico di luce abbagliante che metteva in ombra tutto il resto, all’inizio, quello enorme con appunti intimi scritti in corsivo in una lingua corporea e spirituale, nostra. Ed ecco che ancora ripenso a mio padre e sento che potrei vomitare in questo stesso momento, perché non me l’aveva detto che la vita può rendere un uomo squallido, non me l’aveva detto che la mente è sporca e che mi sarei sentito male anche solo a pensarle, certe cose, non mi aveva spiegato come ci era riuscito, lui, tutti quegli anni con la mamma e le sue rughe e la sua schiena e la sua dentiera e la sua tinta per capelli. Silvia mi fa le condoglianze e io sto già piangendo, è un pianto che non è un pianto, è una caraffa d’acqua che si rovescia sul tavolo, e Silvia mi è subito addosso e mi consola come può, mi fa sentire sporco come può, il meglio che può, ed è ancora più squallido se penso che forse così almeno si sentirà sporca anche un po’ lei. Ci metto così poco, lo faccio così male, non so come prenderla, è un corpo nuovo e io vedo solo lacrime quindi faccio come posso, a mia volta, lo faccio con frustrazione e ad occhi chiusi, seccamente, sono talmente marcio che penso a una canzone, piango ancora, lo sto facendo così male, non sembrerebbe ma io lo sento, lo so, lo trasmetto, finisco e la lascio rivestire, come cazzo si chiamava quella canzone, quanto cazzo ci metterà a uscire.
Lui mi diceva che si è felici quando lei spezza il pane e tu ti senti le briciole dentro.
Ho una mano contro il vetro, una contro la fronte, ancora condoglianze nell’aria e l’impressione di averle solo doppiato i gemiti.

Pioggia Maggiore

5 giugno 2011

Che poi in fin dei conti vallo a spiegare a una bella giornata che non ce l’hai con la sua bella luce, con la sua bella gente per strada, con il suo sole in carne, con il suo sapere la lezione a memoria – perché una bella giornata, in genere, sa come vanno le cose. Non glielo puoi spiegare che le preferisci una giornata di pioggia, la preferisci e basta, come quello zio che vedi di tanto in tanto e che t’illumina sempre un po’ di più, sorridendo, rispetto a chiunque altro.
La mia è una preferenza purissima, primordiale, è più ingenua di un cercarsi da bambini per giocare ai quattro cantoni, è più basilare di una tabellina, è cristallina come una sensazione buona appena alzati, è di quelle cose sane alla radice di quello che sono, lì tra ossa e muscoli.
Non so distinguere le cose semplici da quelle complesse. Per me ci sono solo le cose. Quelle che mi piacciono, quelle che non mi piacciono. Quelle che posso permettermi, quelle che non posso permettermi. Vallo a spiegare a una bella giornata di sole che io tutta quella luce non me la posso permettere, mi stanca, vaglielo a dire che il grigio mi rilassa gli occhi e vaglielo a far capire che è l’unico istinto che mi rimane, uscire quando piove. Io che il mio istinto l’ho perso, assieme al mio ombrello – non è vero, è che non lo so usare.
Una grandissima stronzata è accendersi una sigaretta mentre piove a dirotto e tu sei fuori, nel senso, sei proprio fuori a farti martellare dal vento e dall’acqua, però è tra quelle cose che mi viene naturale, no? Sotto questa pioggia mi viene da accendermi una sigaretta e farla diventare dalmata, mentre mi rendo conto che ho scelto la peggiore maglietta del mondo perché è bianca e mi si vede totalmente il reggiseno, e a quel punto forse mi dico che le giornate così non finirò mai di capirle per davvero, non che siano complesse.
Com’è bella una piazza quando piove, com’è bella la mia piazza quando piove, tanto che vorrei trovare qualcuno fuori quanto me da incontrare proprio nel mezzo, me lo vorrei baciare per bene sopportando l’idea di non essere niente di nuovo, come non lo sono un bacio all’alba o un abbraccio in riva al mare o cose del genere. Ma lo farei lo stesso, e me lo stringerei per bene il mio qualcuno, per toccare un po’ di pelle bagnata che non sia la mia.
E mentre torno a casa mi vengono in mente due sprazzi di dialogo tratti dall’ “Antigone” senza nessun motivo particolare, lo recito persino ad alta voce con una certa solennità mentre salgo le scale (“Arde il tuo cuore ma ciò che fai raggela.” – “Sento di piacere così a chi io voglio piacere.”) e alla fine è semplicemente il momento di rientrare, sono fradicia abbastanza, sono grigia abbastanza, ho una cena solitaria da prepararmi e un cactus da fissare per poi confessargli, in tutta onestà, che io quelli come lui non li capisco.