Felicità, quella vera sarà senza un graffio di ruggine

29 luglio 2011

L’ufficio è un posto deprimente perché dentro ci sei tu, a deprimerti, per quanto un bicchiere possa essere bello se dentro c’è del piscio non ti verrà mai voglia di berci. È un discorso applicabile a tantissimi altri luoghi, persone, occasioni, alla fine il nocciolo della questione è che qualsiasi cosa tu faccia, ovunque tu la faccia e con chiunque tu la faccia, se hai la merda attaccata al palato nessuno verrà lì a ripulirtela.
Ieri sera c’è stata la cena dei colleghi e sarebbe stata meravigliosa se solo non fosse stata piena di colleghi; in conclusione, è stata uno schifo. La verità è che collaboro con persone mediocri in una maniera squallida, il che rende le persone stesse ancora più mediocri e rende me sempre meno tollerante alle persone in generale. Così, tra il quinto e il sesto brindisi ho pensato a mio padre, che faceva il doppiatore e mi chiamava “figliolo” ed era portatore sano di tutta una serie di cliché del mestiere di cui io ero perdutamente innamorato, perché erano parole imbottite e suonavano sempre nuove e nella mia testa non c’era niente di più gratificante nella vita che dare quella sfumatura meravigliosa a ogni cosa che raccontava. Doppiava me e mio fratello, a tavola, ci faceva boccheggiare e lui parlava al posto nostro modulando il tono di voce, inscenando battibecchi, facendo morir dal ridere mia sorella. E dicevo, appunto, che mi torna in mente mio padre perché mi parlava sempre della felicità, della bellezza delle cose, delle scommesse e delle avventure, e io pendevo dalle sue labbra, mentre mia madre in cucina lavava i piatti e lasciava che quelle battute rubate a film consumati mi coccolassero ancora per qualche anno, fino a quando non l’avessi capito da me. Fino a quando non li avessi ritrovati tutti, quei discorsi, in bocca a uno sceriffo o a un cowboy, a un prete, a uno scrittore, a un padre di famiglia, dietro a uno schermo con la sua voce che usciva da bocche in bianco e nero.
Seduto a un tavolo strabordante di barzellette, aneddoti e statistiche, con il quarto bicchiere di vino a raschiarmi il palato perché lui ci ha provato, poverino, a togliermi via quel saporaccio, seduto lì in silenzio ho ripensato al funerale di mio padre e al mio breve discorso, quello talmente breve che ancora non l’ho nemmeno pensato, a ciò che avrei detto e non detto, a tutti quei sorsi di amarezza omessi nel corso degli anni. Ci penso anche adesso al breve discorso che ancora non ho scritto, al giorno di permesso che non mi sono preso e all’orario della cerimonia, domattina alle nove, penso all’abbraccio di Carlotta e al suo pianto sul mio maglione, penso al bacio di stamattina che sapeva di tristezza e consolazione, alla foto di mio padre timidamente riapparsa all’ingresso, senza alcun mio commento al seguito. E l’unica cosa che riesco davvero a focalizzare è questo ufficio con questo suo grigio protettore, neutro, questi miei fascicoli e questi licenziamenti, perché alla fine, molto brutalmente, ognuno ha bisogno di demolire qualcos’altro per evitare di demolire se stesso.
C’era silenzio fino a un attimo fa e ora bussano, mi tocca inspirare, far entrare Silvia e realizzare per l’ennesima volta che ho voglia di andarci a letto, e non è nulla di travolgente, è un’idea stanca come quando entri in macchina e ti viene in mente che devi fare il pieno, mi sento sporco dentro perché non c’è nemmeno passione nella mia fantasia, mi sento stanco e sporco, assente alla mia stessa lezione. Penso a Carlotta e non esce fuori quel mosaico di luce abbagliante che metteva in ombra tutto il resto, all’inizio, quello enorme con appunti intimi scritti in corsivo in una lingua corporea e spirituale, nostra. Ed ecco che ancora ripenso a mio padre e sento che potrei vomitare in questo stesso momento, perché non me l’aveva detto che la vita può rendere un uomo squallido, non me l’aveva detto che la mente è sporca e che mi sarei sentito male anche solo a pensarle, certe cose, non mi aveva spiegato come ci era riuscito, lui, tutti quegli anni con la mamma e le sue rughe e la sua schiena e la sua dentiera e la sua tinta per capelli. Silvia mi fa le condoglianze e io sto già piangendo, è un pianto che non è un pianto, è una caraffa d’acqua che si rovescia sul tavolo, e Silvia mi è subito addosso e mi consola come può, mi fa sentire sporco come può, il meglio che può, ed è ancora più squallido se penso che forse così almeno si sentirà sporca anche un po’ lei. Ci metto così poco, lo faccio così male, non so come prenderla, è un corpo nuovo e io vedo solo lacrime quindi faccio come posso, a mia volta, lo faccio con frustrazione e ad occhi chiusi, seccamente, sono talmente marcio che penso a una canzone, piango ancora, lo sto facendo così male, non sembrerebbe ma io lo sento, lo so, lo trasmetto, finisco e la lascio rivestire, come cazzo si chiamava quella canzone, quanto cazzo ci metterà a uscire.
Lui mi diceva che si è felici quando lei spezza il pane e tu ti senti le briciole dentro.
Ho una mano contro il vetro, una contro la fronte, ancora condoglianze nell’aria e l’impressione di averle solo doppiato i gemiti.

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