Quassia

22 settembre 2011

Quindi alla fine mi sono detto, dai, glielo riporto domani.
Uscendo dall’ufficio non ho salutato nessuno, nessuno ha salutato me, c’è stato un delizioso scambio di silenzio accompagnato da un sottinteso augurio di buon weekend, o forse no, probabilmente no, sicuramente chissenefrega.
Forse ho cominciato in modo strano. Glielo riporto cosa? Domani? Domani è troppo in là, dovrei farlo adesso, ma sono stanco, ho lavorato undici ore e stanotte non ho dormito, inoltre dov’è che vive? Diosanto, è lontanissima dal centro, è una via che nemmeno conosco, sarà un inferno trovarla. Dai, glielo riporto domani. Cosa cazzo le cambia, sono le dieci di sera, andrà a dormire un po’ preoccupata ma tanto domattina in ufficio rintraccerò il suo numero, la chiamerò e molto eroicamente le cambierò la giornata da così a così.
Oggi ha piovuto tutto il giorno, piove anche adesso, è buio pesto, è buio pesto già dalle quattro del pomeriggio, il buio è di quelle cose che infilerei ovunque, sta bene con tutto, sta bene con il sonno sta bene con il sesso sta bene con la morte, sta bene con la pioggia sta bene con il freddo sta bene con me, principalmente, stiamo bene, insieme.
Tekla Kaffka.
Ma che nome è.
Sembra una presa in giro, va a finire che è un nome falso, è una spacciatrice ungherese e io mi sto pure scervellando per come dove quando ridarle il suo cazzo di portafoglio. Vuoto. Quasi.
Emilia era la donna della mia vita, me lo diceva lei me lo diceva mio padre me lo diceva mia madre me lo dicevano tutti, tutti, mancavo solo io lì a ripetermelo con quella convinzione da pacca sulla spalla, da ehi sei un uomo fortunato, da tienitela stretta, da trattamela bene, da siete la coppia perfetta. Il punto è che Emilia io non me la sono mai scelta, mi è capitata tra capo e collo quella sera durante il compleanno di mia sorella e da quel momento mi è sembrato che fosse semplicemente ovvio che ci saremmo rivisti, cazzo ci piacevano le stesse cose frequentavamo la stessa università me la sono ritrovata ovunque per le successive settimane, non potevamo non finire insieme, era matematico, lo sapevamo, soprattutto lei, lei lo sapeva ancora più di me, di me che in otto anni non ci ho mai capito un cazzo della nostra relazione, di quella convinzione da pacca sulla spalla e di quella coppia perfetta che secondo me non siamo mai stati.
Mi viene da pensare a Emilia perché questa Tekla Kaffka ha i capelli del suo stesso colore, o quantomeno simili, un po’ rossicci, forse più scuri ma comunque simili. E allora mi viene da pensare che magari questa donna ce l’ha un uomo che quei capelli li adora o magari invece ormai lui si è stancato di lei si è stancato della sua tinta si è stancato che lei perda sempre ogni cosa, diocristo, Tekla, ancora! O forse no, forse sbaglio tutto, forse abita da sola in una casa piccola con un gatto bianco, forse è lei che ha lasciato lui, l’ha lasciato e basta, non ha la faccia di una che dà troppe spiegazioni. Io ho la faccia di uno che dà spiegazioni? Emilia l’ho lasciata come si lascia la fidanzatina del liceo, quella che ti vuoi scopare e basta, quella che appena apre bocca già pensi a come togliertela di mezzo. Emilia l’ho lasciata malissimo e lei ha pianto così tanto da darmi sui nervi, alla fine si è anche scusata perché sa che quando uno piange io poi non so più che cazzo fare, cioè, si è scusata. Poi sono uscito. E poi lei ha ripreso, ha ripreso a piangere e a scusarsi, anche se non c’ero più.
Mi ha chiamato stamattina in ufficio, voleva sapere come stavo, la voce caramellata unta di pianto mattutino, col naso un po’ chiuso, le ho detto che stavo bene, ho trovato una scusa per rinviare la chiacchierata, otto anni, otto anni e io la ringrazio così, lei tutta gentile si è scusata, tanto per cambiare, e io mi sono detto che è per questo che non l’ho mai amata, lei era stata mia sin dall’inizio, non ho mai dovuto fare niente, non è diventata mia, lo era e basta, perché lei lo aveva deciso.
Non c’è niente in casa, riscaldo una pizza, accendo la tv, la spengo, la riaccendo giusto per sentire qualche voce, butto lo sguardo sul tavolo e sul portafoglio, lo apro per l’ennesima volta. Dentro la sua carta d’identità, una fototessera in cui non sorride, un ritaglio di un articolo di giornale sull’aumento degli incidenti stradali a causa dell’alcol, qualche moneta, nient’altro.
Passa un’ambulanza, danno un film con Cary Grant, non ricordo il titolo, non so il titolo, non so nemmeno se sia davvero Cary Grant, ma io cosa ne so di attori, poi.
Stappo una birra, sorseggio, senza rendermene conto ho ancora la giacca addosso. Fuori continua a piovere ma non poi così tanto, e poi c’è quell’ambulanza che è un po’ un peso, sta ferma qui sotto, mi angoscia.
La birra non la finisco, ho le chiavi sottomano e l’ambulanza si sta finalmente allontanando.
Quindi alla fine mi dico che dai, glielo riporto adesso.

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