Riguardati

10 marzo 2012

Ce n’erano state altre dopo di lei, c’erano stati capelli biondi c’erano state trecce c’erano stati occhiali c’erano stati occhi neri, c’erano stati corvi più rumorosi delle stagioni assonnate che non avevano fatto rumore dandosi il cambio, mentre tutto quanto si dava il cambio.
C’era sempre quel modo buffo di finire le storie, sembrava che le persone lo lasciassero perdere non per colpa sua, sembrava che fosse semplicemente arrivata l’ora di trovarsi qualcun altro, un’altra casa con altri vinili e altri giochi da tavolo e altri quadri che fanno tristezza ma li teniamo perché piacciono alla nonna, un altro cane un po’ ammalato. Lei, per esempio, se n’era andata dalla sua vita con la semplicità di un anziano che muore, aveva detto che se ne sarebbe andata, l’aveva detto come fosse la cosa più naturale al mondo e infatti così era stato. Erano seduti in un parco vicino a casa, era autunno, era giorno ed era bello, lei lo aveva osservato in silenzio mentre si ripuliva malamente il ginocchio sanguinante, era caduto rincorrendola per gioco in mezzo alle foglie gialle. L’aveva rincorsa perché lei gli aveva detto che non lo amava e allora entrambi avevano riso lui le era corso dietro stava per cingerle la vita ma all’ultimo era caduto. E mentre spazzava via quel sangue come il più insignificante dei dolori, un po’ per impressionarla e un po’ perché sentiva che stava per arrivarne uno bello grosso, lei glielo aveva ripetuto che non lo amava proprio, che erano troppo piccoli per queste cose, e man mano che parlava le foglie gialle sotto di loro diventavano rosse. Così si era alzata e si era alzato anche lui, per riflesso, sentendosi uno stupido con quei suoi avanzi di sangue giù fino ai calzini bianchi, facendo arrossire anche loro. “Riguardati”, gli aveva detto; lui era troppo piccolo per capire che cosa intendesse, lo erano tutti e due ma ognuno ha i propri momenti in cui si sente ancora più piccolo del solito, e sono momenti che uno si prende quando vuole; così aveva chinato il capo per guardarsi, si era vergognato di se stesso per tutto quello sporco, aveva sentito le lacrime bruciare più di tutte quelle parole, aveva rialzato lo sguardo per cercare conforto ma lei era già dall’altra parte del vialetto.
Non l’aveva rivista mai più, ma proprio mai più, o forse sì ma la mente di un bambino è una scatola costantemente agitata e chi lo sa quali ricordi si scelgono di scuotere fino a quando non si confondono con qualcos’altro, fino a quando un volto che fa piangere diventa un volto come un altro, e così anche una voce o una frase.
Le stagioni si susseguivano come canzoni preferite ed era arrivata un’altra lei, gli aveva insegnato a baciare più lentamente, gli aveva mostrato un altro parco dove rincorrersi, aveva guidato le sue mani su un corpo insicuro almeno quanto il suo, gli aveva sorriso per settimane, mesi, fino a quando un giorno semplicemente aveva smesso e allora aveva smesso anche lui, un po’ con tutto. E così era successo tante altre volte, finiva sempre per riguardarsi senza capire bene cosa fosse accaduto, come ci si potesse stancare di una mano fresca e un unico respiro mozzato dopo una corsa.
Le stagioni ritornavano come la febbre e trovavano altre lei, trovavano lui con lo sguardo vacuo di chi ha fissato il sole troppo a lungo, e con loro altre passeggiate, altri letti, altre case, altri parchi, altre angosce, altri motivi sempre più sfuocati per mandare a monte tutto quello che si era costruito.
Spesso tornando a casa, di notte, metteva le mani in tasca per smetterla di immaginare che qualcuno gliele stesse ancora stringendo.

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