Federe

28 ottobre 2011

Il ponte grigio, quei posti in cui lasci avvinghiati ricordi per forza, come un parco o una piazza o una spiaggia. Il ponte grigio e i capelli in faccia, il vento contro come un’enorme conchiglia mentre ti vomita addosso tutto l’ululato del suo mare, le ossa di lana, raggomitolate a caso sotto la pelle.
Il capannone di libri, la stazione sempre piena, questo inverno che torna a casa tutto rattoppato dopo tutti questi mesi e non riesce a farsi piacere, e allora nemmeno si preoccupa di salutare, irrigidendosi in silenzio.
Mi chiedono di te e mi riesce male spiegare dove sei cosa fai e con chi, mi chiedono di me ed è un po’ la stessa storia, vedi, a volte non desidero nulla di buono o di male, ho un paio di spalle indifferenti che si prendono carico del momento di turno e non mi fanno mai troppe domande. Ecco, solo, cerca di, se riesci, lasciami di schiena che non è bello guardare in faccia una che non piange mai, o prendimi di petto quando sono sobria, non dimenticarmi, per favore, che non abbiamo finito.
C’è qualche altro posto grigio che non abbiamo ancora visto, credo, tu non dimenticarmi, per favore, che domani ti passo a prendere, andiamo a fare un giro fino ad arrivare in Piazza per rimanere un momento lì, con quella geometria chiarissima negli occhi.

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Pioggia Maggiore

5 giugno 2011

Che poi in fin dei conti vallo a spiegare a una bella giornata che non ce l’hai con la sua bella luce, con la sua bella gente per strada, con il suo sole in carne, con il suo sapere la lezione a memoria – perché una bella giornata, in genere, sa come vanno le cose. Non glielo puoi spiegare che le preferisci una giornata di pioggia, la preferisci e basta, come quello zio che vedi di tanto in tanto e che t’illumina sempre un po’ di più, sorridendo, rispetto a chiunque altro.
La mia è una preferenza purissima, primordiale, è più ingenua di un cercarsi da bambini per giocare ai quattro cantoni, è più basilare di una tabellina, è cristallina come una sensazione buona appena alzati, è di quelle cose sane alla radice di quello che sono, lì tra ossa e muscoli.
Non so distinguere le cose semplici da quelle complesse. Per me ci sono solo le cose. Quelle che mi piacciono, quelle che non mi piacciono. Quelle che posso permettermi, quelle che non posso permettermi. Vallo a spiegare a una bella giornata di sole che io tutta quella luce non me la posso permettere, mi stanca, vaglielo a dire che il grigio mi rilassa gli occhi e vaglielo a far capire che è l’unico istinto che mi rimane, uscire quando piove. Io che il mio istinto l’ho perso, assieme al mio ombrello – non è vero, è che non lo so usare.
Una grandissima stronzata è accendersi una sigaretta mentre piove a dirotto e tu sei fuori, nel senso, sei proprio fuori a farti martellare dal vento e dall’acqua, però è tra quelle cose che mi viene naturale, no? Sotto questa pioggia mi viene da accendermi una sigaretta e farla diventare dalmata, mentre mi rendo conto che ho scelto la peggiore maglietta del mondo perché è bianca e mi si vede totalmente il reggiseno, e a quel punto forse mi dico che le giornate così non finirò mai di capirle per davvero, non che siano complesse.
Com’è bella una piazza quando piove, com’è bella la mia piazza quando piove, tanto che vorrei trovare qualcuno fuori quanto me da incontrare proprio nel mezzo, me lo vorrei baciare per bene sopportando l’idea di non essere niente di nuovo, come non lo sono un bacio all’alba o un abbraccio in riva al mare o cose del genere. Ma lo farei lo stesso, e me lo stringerei per bene il mio qualcuno, per toccare un po’ di pelle bagnata che non sia la mia.
E mentre torno a casa mi vengono in mente due sprazzi di dialogo tratti dall’ “Antigone” senza nessun motivo particolare, lo recito persino ad alta voce con una certa solennità mentre salgo le scale (“Arde il tuo cuore ma ciò che fai raggela.” – “Sento di piacere così a chi io voglio piacere.”) e alla fine è semplicemente il momento di rientrare, sono fradicia abbastanza, sono grigia abbastanza, ho una cena solitaria da prepararmi e un cactus da fissare per poi confessargli, in tutta onestà, che io quelli come lui non li capisco.