Codalunga

3 luglio 2015

La prima volta che ricevo un “Non è in casa” rimango a fissare il messaggio dieci minuti fino a farmi lacrimare gli occhi, fino a far diventare le lettere sfocate e inoffensive. Non è in casa.
Decido di vestirmi al buio e uscire senza chiudere a chiave, poi decido di andare a piedi nella speranza di metterci talmente tanto da trovare entrambi una volta arrivato e non solo Camilla, con l’ansia negli occhi, attaccata alla porta. Ci metto circa trentacinque minuti e quando citofono lei chiede “sei tu?” e io rispondo “no”, allarmato, perché io non sono il suo tu, il suo tu non è in casa, io per lei ho un nome proprio e sono il tu di un’altra. Camilla non risponde, apre, io salgo le scale e quando arrivo al quinto piano ho i polmoni roventi. La porta è socchiusa, entrando l’odore è quello di sempre, quell’odore delle case in cui si accende l’incenso come si accende la luce prima di entrare in una stanza. È una giornata grigia e l’intero appartamento è immerso nella penombra; improvvisamente mi sembra di aver invaso un ambiente estremamente privato dove la mia presenza non è mai stata voluta né richiesta. Quasi mi viene da indietreggiare e andarmene senza dire una parola.
“Sei venuto a piedi?” dalla cucina arriva la voce di Camilla un po’ alla volta come il profumo di una torta, in quel modo sano e naturale che semplifica un pasto. Non mi sento ancora pronto a sentirmi meglio, così affondo sul divano portandomi entrambe le mani sugli occhi e lasciandomi sfiancare dalla tensione con gratitudine. Poi rispondo “sì” in un sospiro, sentendola entrare nella stanza.
“Perché?”
“Volevo arrivare tardi.”
“Perché?”
“Non lo so, Camilla. Perché, secondo te.”
Tolgo le mani dagli occhi e la guardo immersa nel grigio, gli sprazzi di luce e le macchie d’ombra sparse sul suo corpo la rendono bizzarramente simile a un pianeta ricoperto di crateri. Sento l’urgenza di dirglielo, è quel genere di osservazioni che la farebbero ridere; poi mi ricordo di non volerla fare ridere, di starmi impegnando a preservare questa tensione, a curarla e a farla crescere fino a renderla talmente ingombrante da obbligare lei a fare per prima un passo indietro e a dirmi che è stato un errore. È tutta una questione di rigore. Non posso sbagliare nemmeno uno sguardo.
“Bastava dirmi che non era il caso. O potevi non rispondermi, si può anche non rispondere. Non è molto educato ma si può anche non rispondere.” Sembra sempre che Camilla stia spiegando qualcosa anche quando la situazione non lo richiede, spiega il suo orgoglio offeso, spiega la sua rabbia, spiega il suo amore, spiega la sua tensione. La guardo e vedo sparse sul suo viso un elenco puntato di risposte ordinate ad accuse nervose che non voglio rivolgerle, come “non ti senti una merda?”, “come fai a respirare in questa casa che puzza di curry e litigi non violenti”, “accendi una qualsiasi luce o giuro che mi taglio le vene“.
Le chiedo di accendere una qualsiasi luce o giuro che mi taglio le vene. Accende quella del salotto, sto già meglio, se ne accorge, è sollevata, cerca di sdrammatizzare, non glielo permetto. Voglio che si accorga che è tutto molto grave. Voglio darle una dimensione di quanto stia sbagliando, e di quanto io sia superiore a lei in tutta questa storia. Siamo qui anche per colpa mia, ma se m’impegno abbastanza riuscirà a dimenticarsene entro i prossimi dieci minuti. Di nuovo, è tutta una questione di rigore.

***

Dal niente la sto scopando.
Non so come si scopi Vittorio, ma sembra stia godendo esattamente nel modo che si era aspettata. L’ho sempre vista felice con Vito, si guardano come si guardano quelli che non si guardano attorno. Vito l’accarezza spesso, hanno l’aria di conoscersi le pelli e il modo in cui si flette ogni rispettivo muscolo. Non so che cosa le sto dando, se è qualcosa che le mancava, se è qualcosa di cui non sentiva la mancanza ma che voleva sperimentare comunque. Mi vuole senza perdere il controllo, sembra camminare per territori di cui conosce la geografia precisa, con confini che saprebbe indicare su una cartina. Viene come l’ho sempre immaginata venire. Mi chiama per nome e io vorrei chiederle come si permette, come le viene in mente, come fa, da quanto tempo se lo teneva chiuso in bocca, perché lo deve pronunciare così, io giuro non voglio che nessuno mi chiami mai più. E intanto lei è già abituata a me, dopo venti minuti, al mio corpo e alla mia vergogna.
Sulla tenda c’è un ragno accovacciato; neanche lui riesce a muoversi.

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